La nascita di nuove imprese e la adattabilità delle imprese esistenti capaci di sostenere i rapidi cambiamenti della produzione e della tecnologia ci permettono di riflettere all’effetto, ma anche alla causa, che la globalizzazione della concorrenza renderà obsoleto il modello rigido di produzione a vantaggio di altri modelli organizzativi fondati sulla flessibilità, in grado di aumentare la velocità di risposta ai cambiamenti nel livello e nella tipologia della domanda.
Un cambiamento che porta ad un progressivo passaggio da produzioni basati su “economia di scala” a produzioni cosiddette di “scopo”.
Lo sviluppo di una impresa risulta crescente se dipende dall’accumulazione al suo interno di competenze e di professionalità individuali.
Però, l’impresa tende a minimizzare i suoi investimenti in capitale umano in quanto la continua ricerca di flessibilità di tutti i fattori produttivi, in primo luogo il lavoro, comporta la necessità di ritorni nei rendimenti dei suoi investimenti in formazione talmente elevati da renderli di fatto economicamente non convenienti.
In Italia, l’impegno delle piccole e medie imprese, nella formazione appare ancora largamente insufficiente rispetto alla necessità di adattare ed interiorizzare nei processi produttivi le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, in particolare da quelle digitali dell’informazione e della comunicazione.
Un segnale di ciò ci viene offerto indirettamente dai dati sull’andamento della produttività del lavoro. Questa produttività, mentre risulta mostrare significativi segnali di crescita nei maggiori Paesi mondiali inclusi alcuni nostri partner dell’Unione Europea, in Italia e ormai praticamente stagnante.
Si è di fronte ad una situazione complessa e dai segnali contraddittori: da un lato maggior flessibilità contrattuali sostengono occupazione ma contestualmente forme di lavoro precario rischiano di avere effetti negativi sul processo di accumulazione di professionalità da parte dell’impresa e sulla adozione di nuove tecnologie e quindi sulla crescita della produttività del lavoro.
Senza voler esprimere alcun giudizio di merito su queste tendenze, si ritiene che esse vadano assunte come un dato di fatto, con cui misurarsi nella finalità di creare le condizioni di contesto necessarie a sostenere il tessuto produttivo nella sua esigenza di coniugare flessibilità del lavoro con crescita delle competenze professionali di ciascun lavoratore.
Si tratta di una ricaduta di estrema importanza culturale in quanto in grado di ricomporre, seppur solo parzialmente, le distanze che appaiono presenti oggi tra il mondo delle imprese attento alla flessibilità e quello dei lavoratori in cui importanti sono le aspettative di stabilità e garanzia.
Il nuovo sistema economico che si viene delineando induce maggiore divisione del lavoro tra sistemi e richiede maggiore specializzazione di ciascun sistema produttivo.
Se da un lato si aprono opportunità per chi le sa cogliere ed adattarle, dall’altro aumentano proporzionalmente i rischi per chi rimane legato a vecchie impostazioni.
In altre parole il più flessibile e innovativo, sopravvive.